REPORTAGE GARE PODISTICHE :

"Panoramica Half Marathon: i 21 Km durante i quali decisi di abbandonarmi al sorriso"

di BENNATI JLENIA

81738_panoramica half marathon arrivo.jpg

Non scrivo di questa gara per dire semplicemente che è tra le più belle della mia breve, ma pur sempre dignitosa, avventura da runner. Scrivo di questa gara perché proprio in questi 21,097 km è avvenuto qualcosa di nuovo, di raro e molto bello. Questo percorso, questa strada e questa gara sono state domanda e risposta ad un personale (ma immagino condivisibile) mistero della corsa. La domanda, apparentemente inutile ma poco retorica è questa: per quali misteriosi giochi della psiche, della chimica e della fisiologia umana, al 19° chilometro di una gara bella quanto dura, mentre i muscoli vanno in fumo e finanche le mani sono intorpidite e doloranti, beh si, proprio in quella fase di sofferenza massima, la tua mente e il tuo viso decidono di salvarti e abbandonarsi al sorriso?
Vista la lunghezza della domanda, traete serene conseguenze sulla prolissità della risposta.
Cominciamo col dire che questa gara l'aspettavamo tutti. Tutti noi (51) podisti della Sempre di Corsa Team, vivevamo con un leggero stato di trepidazione, adrenalina e ansia da prestazione l'attesissima Panoramica. La Gara di società per eccellenza, la reginetta del 2018, la prima vera mezza della Valle dell'Aniene. Organizzata con tale grazia, passione e attenzione che il pensiero di affrontarla metteva quasi soggezione. Ce la sentivamo tutti particolarmente addosso. Nelle settimane precedenti, ci si incontrava in stato di trans nei soliti percorsi di allenamento e l'argomento era sempre lo stesso: "Pronti per questa Panoramica?". Ricordo ancora l'incredulità di quando ho capito che quelle strade tanto vissute nelle gite domenicali (rigorosamente in auto) sarebbero state finalmente calpestate dai miei piedi. Un percorso a lungo sognato, ma pericoloso per via delle curve morbide e delle macchine troppo veloci. Ora erano lì a portata di mano. Domenica 4 Febbraio nonostante la sveglia assassina delle 6.30, non maledico (come accade spesso) la corsa e l'inizio della mia passione per uno sport che prevede sveglie alle 6.30 di domenica. No. Mi alzo felice. Non pimpante, ma felice. Mangio, mi rilasso, mangio mi rilasso, sono in ritardo. A questo punto mi sbrigo, saluto cari (bipedi e quadrupedi) e si va verso Palombara in compagnia del mio nuovo compagno di corse e di squadra, Cristian, alla sua prima mezza. Arriviamo giusto in tempo per la foto di gruppo, una sgambatina direzione bagno e si parte. La Panoramica è iniziata.
Come ogni volta, a qualche passo dopo lo start sento l'adrenalina scendere nelle gambe e salire per le braccia. Rabbrividisco appena, mi scuoto e inizio godermi ogni istante di corsa. Sento le voci dei pacemaker incitare i runners. Io non ho ancora un obiettivo chiaro sulla gara. La mia prima, unica, nonché precedente mezza si è conclusa con un inaspettato e bellissimo 1, 43' 14'', su percorso interamente pianeggiante. Qui la situazione è ben diversa: al netto dell'altimetria in negativo, so bene che le salite ci sono e si faranno sentire. Il sali e scendi poi, non è mai stato il mio forte. Quindi faccio i primi km senza ancora sapere a quale obiettivo puntare. Vorrei solo non andare troppo sopra l'ora e 45: bene deciso. Mentre sono alle prese con questi pensieri (che immagino si dovrebbero fare prima dell'inizio di una mezza maratona), il primo strappo in salita porta un buon auspicio: lo accuso decisamente meno del solito. A questo punto abbandono qualsiasi idea di tattica (mai realmente avuta) e inizio a prendere il ritmo che mi viene naturale. Nel frattempo indosso le cuffie - si proprio le cuffie, perché corro per puro piacere personale e per divertirmi, per cui lo faccio nel modo che mi si addice di più: con la musica nelle orecchie. I puristi della corsa potranno pur sempre farsene una ragione - e inizio a guardare ogni dettaglio del paesaggio, che si snoda tra uliveti, curve, l'ombra alta delle montagne e la luce splendente di una giornata primaverile. Si corre che è una favola. Mi sento così bene che non mi sembra vero. E infatti non lo è; non del tutto almeno. Intorno al 16 km, quando le salite si riaffacciano all'orizzonte, il mio piedino da fata inizia a mandarmi qualche cenno di stanchezza. Poi il polpaccio accorre a fargli compagnia. E, come vuole la legge della compensazione, dopo altri 2 km anche la parte sinistra va in trance. Al 18° km, un vago sentore di panico invade il mio stomaco: è sempre lì, sotto il costato che si annida la stanchezza. I miei passi si fanno più pesanti, assieme all'umore, fino a quel momento leggero e frizzante. Mentre la cocciutaggine, che da sempre mi si riconosce, continua a far muovere il mio corpo, succede quel qualcosa di così tanto misterioso e bello che mi ha fatto venir voglia di scriverci su un pezzo.
Il fatto è in realtà semplice: alzo lo sguardo nel momento in cui svolto la curva prima di Quintiliolo. Sono le conseguenze degne di nota. Il curvone che ci libera dalla montagna lascia spazio alla luce, al sole, al panorama aperto su Tivoli. Il profilo scuro e chiazzato della città sull'azzurro cielo, con il verde selvaggio della vallata di Villa Gregoriana è un quadro di Turner, è casa, è bellezza allo stato essenziale, è epifania. Così, accolgo una sensazione che non sono in grado spiegare, di piacere profondo e stordimento. Mentre le braccia si afflosciano lungo le gambe socchiudo gli occhi abbagliati dal sole e mi abbandono al sorriso. Mi abbandono al pensiero di casa, del pranzo domenicale, del balcone assolato, del torpore, del campionato in sottofondo, dell'abbaiare assonnato, degli occhi che si chiudono, della pace e del silenzio. Casa è laggiù, oltre il verde di Villa Gregoriana, nella bassa pianura, ma è anche qui, ormai a meno di un chilometro dall'arrivo. Dove la gran parte di quelli contano sono venuti ad aspettarmi. E senza più percezione di dolore e stanchezza, salgo l'ultima salita, affronto l'ultima curva, allungo gli ultimi passi e vedo i miei, vedo Piero, vedo Rowena, vedo Sharon e vedo il coach. Sento il mio nome chiamato da loro e accelero ancora un po', batto il 5, fermo il tempo dell'orologio e i passi delle gambe. Felice, soddisfatta, totalmente abbandonata al sorriso.
Un'ora, 42 minuti e 56 secondi.